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SPECIALE CONCERTO TORINO!
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SPECIALE CONCERTO TORINO!
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Dovrei dare il là a questa recensione iniziando con i soliti termini e le solite formule standard, come “nella splendida cornice” e altre espressioni infarcite di accademismo, per poi concluderla con una fredda analisi fatta di voti e numeri.
 
No. E’ troppo forte, invece, la voglia di scrivere andando a ruota libera, e identificarsi e sentirsi un tutt’uno con l’attuale stato d’animo, il proprio. Uno stato d’animo comune, probabilmente identico a quello di tantissimi altri fans, tutti splendidi reduci, tutti “figli” di una esperienza unica, quella appena vissuta: ventisettenovembreduemiladieci, Palasport Isozaki Torino, ore venti.

Recensire il concerto dell’unica tappa italiana di Shakira è un pò come raccontare un sogno, è come descrivere cosa senti quando bevi un buon vino d’annata insieme a una persona cara. Ne vedi il colore, tocchi il bicchiere, ne annusi il profumo, fai cin cin e ti godi il sapore.Tutti e cinque i sensi ne sono coinvolti e “sconvolti”: diventa impossibile, per chi lo ha vissuto, dimenticare.

I ricordi del concerto, poi, si mescolano al prima e al dopo. È un “prima e dopo” di tantissimi ragazzi, di età varia, che la mattina del 27 si ritrovano, in un’ora indicibile, a fare la fila ai cancelli. Tante facce diverse, intirizzite da un freddo ininterrotto e sfinente e dalla precedente notte in bianco, ciascuno di loro con una normalissima vita dietro e una davanti, che quella mattina avevano deciso di transitare in un momento univoco a metà tra passato e futuro, dandosi appuntamento tutti insieme. Un momento speciale, unico, irripetibile, per tanti di loro è la prima volta. In testa hanno tutti un pensiero, già diventato certezza da tempo: lo facciamo per lei. È un “prima e dopo” degli stessi ragazzi, che il pomeriggio del 28 si danno l’arrivederci con il biglietto del viaggio di ritorno in tasca, abbracciandosi, qualche sguardo diventa lucido, e con un altro pensiero in testa, diventato certezza dal giorno prima: rivedersi ancora, rivederla ancora.

Tutto quello che c’è in mezzo è pura condivisione: le stanze dell’ostello dove si è pernottato, diventate ben presto discoteche estemporanee, ebbre di un disordine tenero e sincero, che a guardarle da fuori davano l’impressione di essere le stanze di una casa signorile dove l’FBI era passata a cercare un microfilm con le amanti del Presidente; l’accovacciarsi tutti insieme sul gabbiotto posto davanti al cancello d’ingresso, coscienziosamente muniti di panini imbottiti e coperte; i cori dedicati alla Diosa; il guardarsi a destra e a manca per vedere quanta gente arriva a far la fila; il discutere di argomenti impossibili tentando di ammazzare le interminabili ore di attesa, “- ma il biglietto dov’è? ah, ce l’ho qui!!!-”; l’adrenalina che cresce in proporzione geometrica con il passare dei minuti.
Un brivido ti percorre la schiena, e poi un altro ancora, e tu sai che non è più per il freddo.

Le cinque e mezza del pomeriggio, ormai manca poco. Tanta stanchezza e mani gelate, la folla comincia a farsi nutrita. Chi ha avuto - come noi - la possibilità di entrare in anticipo al palazzetto, lo fa con la felicità di un bambino a cui hanno comprato un gioco nuovo. La mente si svuota, pensi soltanto a come sarà, a cosa succederà, e ti lasci travolgere dalle emozioni. Fortissime, una dopo l’altra, come quella che provi a trovarti improvvisamente “dentro” il palazzetto, occhi buttati in su, e incominci a osservare tutto quello che c’è da guardare. Ti spogli del giubbotto, fa caldo, firmi la liberatoria, e ti lasci guidare da chi ne sa più di te, corridoi su corridoi fino ad una grande sala, e ti trovi davanti a una delle due ballerine di Shakira in persona, un sorriso incantevole e rassicurante che ci saluta: “-Hola!”. E poi in due file da otto, ad imparare con lei tutti insieme i passi di Waka Waka, viaggiando con la mente e immaginando già il perimetro del palco e le luci, e le gambe che ti tremano, e tu pensi che le probabilità di poter ballare sul palco con Shakira a un metro davanti a ventimila persone non sono poi così minime, e che la vita è un dono anche per questo.

È già sera, si aprono i cancelli, finalmente si può entrare. Mai vista una folla così eterogenea: uomini, donne, bambini, età dai quindici ai sessanta. Tanti ragazzi hanno il viso dipinto con i colori della bandiera colombiana. Parte la corsa alle scale, zaino in spalla, col rischio di romperti l’osso del collo, all’ultimo gradino il parterre si trasforma in un campo di rugby, la tua meta è il catwalk. Una corsa all’impazzata e ci approdi, getti l’ancora, non ti schioderebbe da lì nemmeno Dio in persona. Ti guardi intorno, soddisfatto, osservando ad ogni giro di lancetta la muraglia umana che cresce sulle gradinate. La calca dietro di te ti comprime verso le transenne, il parterre diventa presto una terra senza regole, dove l’unico riferimento “stabile” è il tuo zainetto sistemato sotto i piedi. Lo sguardo truce e impersonale degli uomini della sicurezza attorno al palco, tristi, come se la vita li avesse offesi. L’angoscia che ti sale dentro, e la musica del deejay che sembra non finire mai.

Ma poi finisce: si spengono le luci, se ne accendono altre. Inizia il concerto, è l’“opening show”, sono le note di Pienso En Ti, rivelatrici, propedeutiche. Tu lo sapevi già, le conoscevi, le aspettavi: e il cuore ti batte all’impazzata, mentre la vedi arrivare, di fucsia vestita, dopo essere spuntata dal nulla da un tunnel laterale, strette di mano tra la folla attorno al palco. Si avvicina, nel suo lento incedere, è un delirio di urla e di mani alzate, tese verso di lei. Shakira è al centro della passerella, canta, sorride. E la guardi, guardi quel sorriso unico assolutamente solo suo, che ti si appiccica alla rètina e non va più via.
Canti insieme a lei, e ciao mondo. Mentre le lacrime scendono giù da sole.

Saldato alle transenne e costretto ad una scomodità obbligata, partecipi all’applauso infinito del pubblico alla fine del pezzo. Via l’abito fucsia in un attimo, come Superman. “Ciao Torinooooo!!”
Parte Why Wait, e il palazzetto esplode. In micro-top di paillettes dorate e attillatissimi fuseaux neri, la Diosa si dirige verso la passerella allargando le braccia, come se volesse includerci tutti in un saluto globale, e infatti lo fa: “buonasera a tuttii!!”… Poi si scatena nel pieno del pezzo: alza ritmicamente le braccia al cielo, si esibisce nelle sue ormai classiche posture, impugna un grande ventaglio e lo sventola ad un pubblico entusiasta. A distanza, sembra quasi governi con le mani una vivace fiamma rosa. E, sarà la particolare occasione, il brano va giù che è un piacere. Riascoltandolo, è un po’ come riscoprirlo felicemente, mentre la vedi concludere in un trionfo di luci arancione.

Subito parte il basso, è tempo di Te Dejo Madrid, un pezzo al quale la Barranquillera è legata a doppio filo, e si sente: Shakira libera tutte le sue energie, esibendosi senza risparmiarsi, alternando i suoi celeberrimi movimenti “scrausi” alle sue languide movenze da pantera, zompettando a piedi uniti come una bambina e coinvolgendo il pubblico nel suo “jump, jump”. Un vero terremoto. Che si conclude, naturalmente, con l’immancabile armonica.

Poi Whenever Wherever, condita da un “fuori programma” inedito per il pubblico italiano: Shakira invita tre ragazze a salire sul palco, e a ballare la danza del ventre insieme a lei. Indipendentemente dalla genuinità vera o presunta del gustoso siparietto, il coinvolgimento diretto del pubblico è di sicuro effetto e contribuisce ancor maggiormente a creare un clima di condivisione assoluta tra artista e spettatori.

Ed è, signore e signori, il turno di Inevitable. Chitarra in spalla, dolce potenza acustica. Il plettro non fa in tempo ad accarezzare tutte e sei le corde dell’accordo iniziale di Re, che le lacrime ci ricordano che hanno buona memoria. Lacrime che ritornano, fanno capolino, e sgorgano, per poi trasformarsi in pianto. In una ricerca spasmodica di sguardi di condivisione, piangi. Ti scoppia il cuore e piangi, un pianto rubato al dolore e regalato all’amore. L’amore per questa piccola grande donna, autrice di una canzone memorabile, che ti preme le unghie sulla schiena, abbastanza forte da fartele sentire, abbastanza dolcemente da non lasciare segni. O forse sì.

Ed ecco la novità: Nothing Else Matters, cover dei Metallica. Lo sapevamo già.
Ma Shakira, come al solito, ci sorprende sempre. Fa il suo ingresso con indosso una bellissima gonna da gitana, immediato colpo d’occhio in prospettiva visivo-futura di Gipsy. In mano, una dozzina di rose gialle che elargisce teneramente al pubblico, una per una, camminando lentamente sul palco, mentre scorrono le prime note a mano libera della “gemma” di James Hetfield.
Un diversivo per variare la scaletta trasformato in pura poesia.
Poi si siede sulla seggiola, interpretando il pezzo con una sensibilità unica e riarrangiandola alla stessa stregua di Despedida, incastonata splendidamente subito dopo, ed entrambe mirabilmente ritmate dai percussionisti africani.

Ma le novità non sono finite, è uno spettacolo nello spettacolo: in un silenzio iniziale, Shakira introduce Gipsy in un modo assolutamente singolare ed affascinante. Dapprima battendo le mani in syncro col pubblico, sventolando la sua gonna da gitana; poi aprendo un breve “interlude”, lasciandosi andare ad alcuni sensualissimi passi di flamenco; infine, giocando con il percussionista, con cui inscèna - in modo struggente - una “danza della morte”: quella del toro che viene ucciso nell’arena. Mentre guardi la scena urli il suo nome e ti spelli le mani; e con la mente comprendi appieno quanta completezza e quanta merce rara sia capace di offrirti questa artista oltre alla sua musica, come i fortissimi richiami all’identità, alla cultura e alle radici latine, e l’importanza per Shakira della “rappresentazione del vero” dentro i suoi concerti, iniziata a partire dal Tour della Mangusta e ripresa nel suo attuale tour mondiale.

Il memorabile concerto prosegue con una altalenanza da infarto: ci si scatena nuovamente con due successi “evergreen”, La Tortura e Ciega Sordomuda, ci si scalda il cuore con Underneath Your Clothes, per poi riscatenarsi nuovamente con Gordita, un pezzo nel quale Shakira scarica sul pubblico la sua grinta da vendere. L’assenza di Renè e la mancanza del conseguente scaturire di una intelligente e sensuale ironia tra il leader dei Calle 13 e la bella colombiana, entrambi ingredienti principali di questo pezzo geniale, vengono un pò meno e si fanno sentire. Ma in compenso sopperisce una scenografia coloratissima e molto particolare, dove troneggia al centro una gigantesca maschera bianca. Poi Sale El Sol, il nuovo singolo, passando per Las De La Intuicion ed entusiasmando il pubblico con Loca.

Shakira e la teoria della relatività: la Barranquillera canta da un pezzo, un’ora buona, eppure hai la netta sensazione che siano passati solo dieci minuti.

Arriva She Wolf, il Palaolimpico è tutto un ululare….ma noi dobbiamo andare, il palco ci attende. Sale una adrenalina tremenda mentre ti fai largo tra la folla, ignara della tua gioia, totalmente all’oscuro sul fatto che stai per vivere una favola nella favola, che stai per realizzare il tuo piccolo sogno. Le note orientali di Ojos Asì echeggiano un pò più distante. Con la coda dell’occhio, guardo quel meraviglioso batuffolo azzurro al centro del catwalk cantare Antes De Las Seis, mentre ci dispongono due file, per entrare a destra e a sinistra del palco. Attendiamo l’arrivo delle magliette ufficiali da indossare, mentre furoreggia Hips Don’t Lie. E il sudore freddo, e i passi di Waka Waka da eseguire, che ripassi e non te li ricordi più, e il palco e le luci, e le gambe che ti tremano, e sentire dentro una specie di lancinante, dolorosa meraviglia.

L’ultima canzone.

Parte Waka Waka, la scaletta del palco è davanti a noi. Qualcuno dei ragazzi la ascolta ballando nervosamente in surplace, è come lo sciogliersi dei muscoli del centometrista sui blocchi, prima del suo record del mondo. Si tenta di trovare una concentrazione che non c’è, l’emozione è a mille. Ma il momento in cui ti scoppia il cuore è quello in cui, ad un certo momento del pezzo, le ballerine di Shakira corrono verso di noi, e ci chiamano a larghi gesti con le mani per salire su. Piede sul gradino e sali in cielo, un istante che si tramuta in evento. Un momento che non dimenticheremo mai più.

Abbiamo vinto un concorso, ma io l’intelligenza di un braccio divino che ci spinge verso il nostro sogno ce la vedo lo stesso.

Si sale su e si balla, carichi a mille, con Shakira vicinissimo a noi e in ventimila, muraglia umana, che ci guardano. È una festa collettiva, una gioia indescrivibile.

Una vittoria, la vittoria di tutti noi, ottenuta con l’amore per Shakira e per la sua musica, con la passione, col sacrificio, con l’impegno.
“La boxe la fai se hai fame”, diceva Mohammed Alì.

Sei lì che ancora non ci credi, il pezzo che sta per finire, è il concerto che sta per finire, le nostre braccia tese al cielo che diventano di pietra, e Shakira che non si decide mai a saltare.
Salta.
Braccia giù e scappiamo sotto il palco, sotto una pioggia di coriandoli e davanti a un pubblico in delirio, ad abbracciarci tutti quanti, ragazzi meravigliosi. “Ciao Italiaaaaa!!!” Il pubblico la applaude, festante. Lei ci lascia, sfinita, dopo avere dato tutto, dopo averci incantato, dopo averci regalato una notte da sogno, facendo ciao con la mano. Rivedersi ancora, rivederla ancora.

Grazie, piccola grande donna. E se la vera felicità, la felicità autentica, in tanti dicono che è per altre cose, quella che abbiamo provato grazie a te in questa serata indimenticabile è una copia favolosa.

Forse meglio dell’originale.
by andyshaky


Leggi i racconti degli shiveriani presenti al magico concerto: QUI!
 


Ultimo aggiornamento ( venerdì 31 dicembre 2010 )
 

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